venerdì 11 novembre 2011

CAP.7 BIANCA CHE?

INFRANTE… “CERTEZZE”

Mentre Biancaneve se la spassava come una matta a bere grappa e a ballare la rumba con i sette nani ringalluzziti, per poi cadere tramortita sul pavimento, nella villa con piscina molto fuori dal bosco, la mini matrigna festeggiava in solitaria la sua ritrovata insuperabile gnoccaggine, mentre il marito non si dava pace. La scomparsa della figlia lo aveva devastato e le voci che si rincorrevano in merito al destino della giovane, in qualsiasi circostanza alternativa lo avrebbero mortificato. Alcuni la davano Biancaneve in fuga con il cantante dell’ultimo gruppo rock alla ribalta. Questa versione, a dire il vero, destabilizzava il povero uomo più di quella che dava Bia in fuga all’estero dopo una rapina in banca o quella del rapimento volto a perfezionare la collezione dell’harem del solito sceicco arabo, stracarico di dollari. Ma ipotizzare sua figlia come compagna di un losco individuo, cantante rock, che si faceva di coca dalla sera alla mattina, era dura, nonostante che il losco individuo in questione avesse in buona fede espresso, pochi giorni prima, le proprie valide giustificazioni che avvaloravano l’uso della coca, fida e feconda ispiratrice della propria creatività.
In certi momenti però, “le voci” sembrano trasformarsi nell’unica verità plausibile, giustificabile, coerente. “Le voci”, anche quelle che colpiscono, annichiliscono, quelle suggerite dall’invidia, dal rancore, dalla malafede, voci nocive, velenose, crudeli e inventate, rappresentano una benedizione al pessimismo cosmico delle proprie paure interiori, che ti spinge all’affondo. “Le voci” diventano l’unico appiglio alla speranza. Ovunque poteva essere la figlia e con chiunque, purché fosse ancora viva. In certi momenti la cattiveria non sortisce alcun effetto oppure è una benedizione. Di fronte all’amore incondizionato la cattiveria evapora.

Mentre il padre di Biancaneve si perdeva in questo mare magnum di elucubrazioni fra il fantasioso e il realistico in merito al destino della figlia, la matrigna ne festeggiava la “scomparsa”, in compagnia della solita riga di due metri di coca. Giunta al massimo livello di compiuta felicità, estrasse dal cassetto il frammento più grande che era riuscita a recuperare dello specchio che aveva ridotto in frantumi con un pugno pochi giorni prima, provocandosi cinque giorni di prognosi alle nocche della mano. L’intima, se pur nascosta insicurezza della matrigna, indusse come sempre il suo inconscio, obnubilato dalla coca, a manifestarsi attraverso il povero frantume superstite. Vi si rimirava beata e con un sorriso, misto a ghigno diabolico, gli rivolse la fatidica domanda, con doverosa premessa: “Lo so che ti ho dato dello stronzo e non me ne sono mai pentita te lo assicuro, ma possiamo considerarla acqua passata e ti perdono. Mi vedi specchio? Sono o non sono una sventola che più sventola non ce n’è?”
Lo specchio, apparendo alla mini matrigna con un ghigno esattamente come il suo, rispondeva: “Carissima, tu sei una gnocca, anche se ricostruita col bisturi e quindi non per merito tuo ma della chirurgia estetica e dei soldi che te la permettono ma, a parte questo dettaglio, al mondo c’è una sventola più sventola di te e non puoi farci niente. Si chiama Biancaneve…”.
“Ahahahahah – rise beffardamente la mini matrigna – C’era una volta Biancaneve… prima che la facessi far fuori da Babau! Come la mettiamo quindi? Chi rimane dopo Biancaneve, se quella è sparita in pasto ai lupi dopo essere stata mitragliata nel bosco? Ahahahah!”
“A parte che se anche fosse morta – sentenziò severo lo specchio – tu resteresti comunque inferiore a lei per bellezza, oltre che per morale, visto che l’hai fatta vigliaccamente fuori. Rimane il fatto che…sei tanto sicura che sia crepata?”
“A parte che sei il solito stronzo – rispose la mini matrigna – e con te non ci parlo più, certo che sono sicura che sia crepata….” – aggiunse, rivelando con un tic improvviso delle sopracciglia, un primo impercettibile segno di un velenoso dubbio che cominciava a ritorcerle le budella. La mini matrigna era tutto un rimescolio di sentimenti, sensazioni, stati d’animo nessuno dei quali positivo: si stava risvegliando quella frustrazione che non si era mai interiormente placata, nei confronti di una sconfitta che solo lei sentiva come tale. Era pur vero che era rimasta soltanto lei, nell’arco di alcuni chilometri, ad essere considerata la più bella ma quella “corona”, le era stata posta sul capo soltanto in mancanza di un’altra donna, eliminata per giunta con l’inganno…il suo. La piccola coscienza delle mini matrigna, riusciva ad esprimersi in certi frangenti, affiorando per qualche secondo dalla mente lucida della donna, ma veniva percepita come una vocina stridula, fastidiosa, che una riga di coca, seppelliva in un battibaleno e a quel punto, prendeva il sopravvento la rabbia: in questo caso rabbia nei confronti di Babau. Se avesse riscontrato che il killer non aveva fatto il suo dovere, l’ira della matrigna si sarebbe riversata su di lui come un fuoco infernale che tutto incenerisce, portando con sé ogni umana e deleteria debolezza racchiuse nell’animo di quella donna: il suo sentirsi vittima di un vile inganno, come se la sua posizione glielo permettesse e il ritorno di quelle maligne sensazioni di inadeguatezza e invisibilità collegate alla presenza di Biancaneve, la frustrazione che da tanto tempo la accompagnava per una bellezza sempre inseguita e sempre in fuga.
In preda ad un’ansia frenetica, la mini matrigna prese quell’ultimo frantume di specchio e lo sbriciolò con una testata. Dopo essersi disinfettata la fronte, radunò i frantumini e li triturò sotto i piedi, poi li polverizzò con un martello e ci sputò sopra, in segno di disappunto.
Non si rendeva conto, per effetto della coca e comunque neppure da lucida lo avrebbe capito, che quella devastazione altro non era che un implicito suicidio, un atto violento compiuto contro se stessa, contro quella parte del proprio io, che la rendeva consapevole dei propri limiti, come chiunque, ma che lei mal sopportava accettare.
Era altresì evidente che tendenzialmente la donna non era incline a sviluppare riflessioni alternative all’estetica e all’immagine, e quindi era per natura svincolata dal dovere di capire che, se anche Biancaneve fosse morta, il suo problema era comunque destinato a peggiorare con l’avanzare dell’età e con l’avvento di nuove giovani leve femminili, che l’avrebbero inevitabilmente soppiantata, così come era destino della stessa Biancaneve. Anche se in cuor suo forse lo sognava, non avrebbe mai potuto sopprimere né sterminare tutte le nuove generazioni di fanciulle, che aspettavano di aprirsi come boccioli alla giovinezza. L’investimento sarebbe stato eccessivo e avrebbe tolto risorse economiche preziose alla cura, mantenimento e trattamenti di chirurgia estetica,
Per questo, invece di fare la cosa più logica, che era quella di chiedere l’intervento di qualche buon psichiatra, scelse di ricontattare immediatamente Babau, per avere la certezza assoluta, guardandolo negli occhi, che Bia fosse sparita dalla faccia della terra.
Non c’era tempo da perdere con le analisi introspettive di una mente incurabile, bisognava agire: “Pronto, sono io, si ti ricordi? Ho bisogno di parlarti. Incontriamoci domani alle 10 al Lunge bar in prossimità del bosco”.
Telefonata secca, diretta, senza fronzoli: Babau sentì un brivido di terrore solcargli ogni cellula del corpo.

CAP. 6: BIANCA CHE?

LA FESTA, APPENA COMINCIATA, E’ GIA’ FINITA

PEPE pepepepe PE PE pepepepe PEPE… ! Che goduria ! Mai festa più bella si era vista fino ad allora. Biancaneve davanti e i nani a far da trenino. Originali e controcorrente, se ne infischiavano se mancava il Martini al party. No Martini? E allora giù con la grappa! Eheheh! E via di anca e di spalla, sfirgolettata col fianco sinist e poi col fianco dest, sculettata, piroetta. Ma il momento più bello… rullino i tamburi, suonino le trombe…il gioco della fiducia (un modo carino di spalpuzzare Biancaneve senza sembrare dei porci bavosi e Biancaneve lo sapeva ma doveva pur sempre in qualche modo ricambiare l’ospitalità e per una palpatina non era mai morta!): i nanetti si disposero uno di fronte all’altro, in fondo Silviolo, Biancaneve all’estremo opposto. La fanciulla trangugiò l’ennesimo grappino, si sistemò l’abitino attillato, strusciando sinuosamente con le mani e le braccia sulle sue curve perfette, chiuse gli occhi e si gettò sopra i nani, il cui compito sarebbe consistito nel tenerla ben salda e non farla sbattere al suolo. Ma si sa, non tutte le ciambelle escono col buco. Biancaneve rimase a terra tramortita. Sembrava morta.
« Oh mio Dio! Che avete combinato!” – urlò terrorizzato Brunettolo, allontanandosi dal gruppo ed autoescludendosi dalla malefatta, come se entrasse nella stanza in quel preciso momento.
“Boh…sarà morta…” – osservò con freddezza Bersa-Nignolo
“Vedete sempre nero, la fate sempre peggio di quel che è! – affermò infastidito Silviolo – Adesso provo con la respirazione bocca a bocca”.
“Ma quando mai hai partecipato a un corso di Primo Soccorso?” – gli domandò sospettoso Finiolo
“E che mai ragazzi! – rispose Silviolo – non ci vuole mica una laurea a fare il dottore. Basta aver guardato tutte le puntate in onda sulle reti private di dott House, E.R, Grey’s Anatomy, Medical Investigation e chi ne ha ne metta!”
“Se è per questo – ammise candidamente Russolo, che se tace è meglio – anche sulla televisione nazionale ne trasmettono di belle…”
“Balle!

Faccio come se non avessi detto niente, Russolo” – ringhiò Silviolo, guardandolo di traverso e si diresse premurosamente a soccorrere Biancaneve, la quale stava rinvenendo proprio in quel momento ma, trovandosi faccia a faccia con Silviolo/infermiere, pronto ad intervenire in sua salvezza, svenne per lo spavento.
“E adesso che facciamo?” – urlarono terrorizzati tutti in coro, escluso Bossolo detto il Duro.
“Inutile che vi agitiate proprio adesso – grugnì Bossolo – Lo dico da sempre che gli stranieri devono stare a casa propria. Voi l’avete ospitata e adesso se dovesse essere morta, dovremmo almeno assorbire la lezione di chi ci invade. Per esempio, so che i cinesi non muoiono mai, avete mai visto un cimitero cinese, una tomba cinese? No. Che fine faranno? Potremmo triturarla e farci del macinato oppure trascinarla fuori nel bosco e darla in pasto alla natura…”
“Mio Dio, sei cruento e spietato” – piagnucolò Brunettolo
“Boh…- Aggiunse Bersa-Nignolo – sarà anche così ma io altra soluzione non ne vedo”
“E’ la tua caratteristica non individuare delle valide alternative” – sghignazzò ironico Silviolo.
“Aspettiamo un po’, prima di pensare a come rimuovere il corpo – sentenziò con magica saggezza Fassignolo (la grappa stava facendo effetto) – magari si sveglia di nuovo”.
I nani, rincuorati da questa prospettiva, si organizzarono con delle funi per trascinare il corpo di Biancaneve tramortita nei soliti sette lettini. Poi si disposero per la notte: Brunettolo dentro il vasetto vuoto dello yogurt scaduto, Fassignolo sopra la tavola che finalmente conteneva anche le gambe, Finiolo dietro la porta come in castigo, Bossolo impavido sul duro pavimento, Russolo fuori dalla porta per punizione di aver parlato, Bersa-Nignolo arrivò all’alba senza aver deciso, Silviolo si rannicchio sorridente al calduccio incastrato con la testa a un’ascella di Biancaneve, senza farsi notare dagli altri.

CAP. 5: BIANCA CHE?

L’INCONTRO COI PICCOLI GRANDI 7 PIU’ LEI: G8

“Fissss ciola, che sventola!” urlò esterrefatto un omino piccolino, trovandosi di fronte a Biancaneve stesa sui sette lettini. L’esclamazione non era esattamente questa, era più colorita, gagliarda ma è opportuno ricordare, che questa è pur sempre una favola e riportare certe imprecazioni sconce è poco educativo (forse).
L’esclamazione di cui sopra, proveniva dalle labbra che rimasero a penzoloni con l’occhio a pesce, di uno dei sette abitanti della casetta, che avevano tutti una caratteristica in comune: erano dei nani, per altezza, per metafora o per entrambe le cose.
L’autore del Fissss ciula era Silviolo detto il Tacco. Era un omarino anche simpatico, con il gusto per le barzellette, grazie alle quali conquistava tutti gli altri coinquilini, che per questo lo rispettavano e lo consideravano il leader del gruppo.
Silviolo detto il Tacco corse a chiamare tutti i suoi compagni:
2. Brunettolo detto il Tappo,
3. Finiolo detto il Pacco
4. Bossolo detto il Duro
5. Fassignolo detto Stanga,
6. Bersa-Nignolo detto il Boh…,
7. Russolo come non detto.

Erano sette, ma non avevano nulla delle sette meraviglie del mondo: niente di architettonico, solenne, maestoso. Erano sette per coincidenza o come i sette anni di disgrazia quando si rompe uno specchio…
Il più alto era Fassignolo, detto per questo Stanga, ed era l’unico che dormiva con le gambe a penzoloni. Si trattava di un vero e proprio tormento inflittogli da Silviolo per dispetto, mal sopportando quella ostentata elevazione fisica, che esaltava ulteriormente la sua minuta altezza, che odiava chiamare bassezza. Silviolo cercava di alleviare, smussare e nascondere nei modi più fantasiosi il suo unico vero difetto: la bassa statura. Le studiava tutte per sembrare più alto: dal tacco interno delle scarpe (ecco spiegato il motivo del suo soprannome), alle pedane rialzate dietro ai leggii, quando doveva intervenire alle riunioni di “convivenza” per la corretta gestione della casetta, che lui governava per diritto acquisito, conquistato dopo una lunga gavetta come barzellettiere del gruppo e portatore di ostinata joie de vivre. Un vero e proprio leader di impareggiabile valore a detta di tutti, fuorché ovviamente di Fassignolo (per motivi ben comprensibili) e Bersa-Nignolo. Fra quest’ultimo e Silviolo infatti non correva buon sangue. Avevano caratteri diametralmente opposti. Di fronte all’entusiasmo degli altri nani verso Silviolo, Bersa-Nignolo rispondeva con fare imbronciato: “Boh…siete matti”, esternando in tal modo tutta la sua indignazione, per dover sottostare alla legge democratica del più forte, solo perché sa raccontare barzellette. Non intuiva minimamente (né c’era alcuno fra i nani, con doti introspettive tali da poter comprendere questa ovvia dinamica di gruppo), che il suo eterno brontolare senza nulla dire e spiegare, spingeva gli altri nani a preferire almeno Silviolo, che con una spallata da amicone la metteva in ridere. Oltre al fatto che agli altri nani, di farsi dar dei matti, da lui che ostentava un’incomprensibile superiorità, non andava proprio giù. Insomma Bersa-Nignolo era un gatto che si mordeva la coda e l’unico dei nani che in fondo se ne rendeva conto era Finiolo, che però, avendo meritato Pacco di soprannome, non veniva preso in considerazione da nessuno.
Tanto tempo prima Finiolo e Silviolo erano amici per la pelle o così sembrava. In realtà Finiolo, non avendo il dono della verve comica, aveva finto amicizia per godere della luce riflessa della leadership di Silviolo, il quale a sua volta aveva finto amicizia per avere più luce. Ma ovviamente, con questi presupposti, il rapporto era destinato a degenerare in lotta intestina, fino a trasformarsi in distanza abissale l’uno dall’altro e Finiolo fu soprannominato il Pacco (che, ben lungi dall’essere un complimento, era semplicemente il sunto di come si era dimostrato per se stesso e per Silviolo).
Raccontata così, pur essendo la verità, la vita dei sette nani non si svolgeva in modo semplice, felice ed equilibrato, nonostante le barzellette di Silviolo e l’impegno che ci mettevano, per creare una certa armonia almeno nel ricercare degli appellativi in rima con cui identificarsi: Tacco, Pacco, Tappo…
Tappo era il più tappo dei nani (ed ecco quindi svelato l’arcano del soprannome). In realtà si chiamava Brunettolo, un nanino saccentino “So tuto mi, fasssso tuto mi!”. Già di
suo un tipo così darebbe fastidio a chiunque ma lui di più. Piccoletto come una mosca e fastidioso uguale, si ostinava a sostenere di sapere tutto e gli altri nani potevano anche sopportarlo ma sul “fasso tuto”, che poi concretamente si tramutava in far fare agli altri, era una cosa che il resto del gruppo, per la prima volta compattamente, mal tollerava. Brunettolo quindi comandava ma il resto del gruppo disobbediva, quindi si adirava e il resto del gruppo si scompisciava. Un giorno Brunettolo per protesta e per dare il buon esempio, vantando un forte senso civico, si era messo a mangiare yogurt scaduti contro gli sprechi alimentari dei suoi compagni e loro lo ringraziarono…perché potevano mangiarsi gli altri. Un'altra volta Brunettolo per protesta e per dare il buon esempio, vantando un forte senso del dovere, trascorse un’intera settimana a lavorare 24 ore su 24 e gli altri, come sempre, ringraziarono, potendo permettersi più tempo libero per i loro hobbies. Brunettolo detto il Tappo faceva quindi spesso la triste fine del tappo una volta aperta la bottiglia e versato il vino bevuto dagli altri. Solo Bossolo sembrava dargli retta ma era per finta. Per esempio era l’unico che lo spronava a dare il buon esempio quando si trattava di mangiare gli yogurt scaduti e poi, mentre gli altri ringraziavano, lui se ne faceva fuori il doppio di quelli buoni e quando gli altri nani protestavano, lui con voce roca, bassa, tagliente ed intimidatoria, minacciava di tirar fuori i fucili e di farli fuori tutti: ecco perché Bossolo era detto il Duro (e non solo per questo…anche se, in merito al secondo motivo, era ormai assodato che si trattava di una leggenda metropolitana). Russolo invece apriva bocca mentre dormiva, quindi sempre, per dire niente di interessante (ecco quindi la mancanza del soprannome. Gli bastava il nome). Russolo era quindi come non detto, inutile dire. Certi silenzi valgono più di mille parole e certe parole meritano in risposta il silenzio.

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Silviolo, Finiolo, Bossolo, Brunettolo, Fassignolo, Bersa-Nignolo e Russolo circondarono i loro sette lettucci, su cui era posato il corpo elefantiaco di Biancaneve e rimasero: Silviolo a fantasticarla, Finiolo a contemplarla, Bossolo a…confrontarla, Brunettolo a sospirarla, Fassignolo a esaminarla, Bersa-Nignolo a fingersi indifferente, Russolo non pervenuto.
Finalmente Silviolo, nel suo ruolo di Leader, pose fine a quella patetica scena: “Mi consenta!” disse a bassa voce, sfiorando delicatamente il braccio di Biancaneve, nel timore di svegliarla di soprassalto e di procurare un pericoloso fastidio, pericoloso per i nani considerata la mole della fanciulla.
Biancaneve continuò a dormire grattandosi il braccio nella posizione in cui Silviolo l’aveva sfiorata e girandosi dall’altra parte.
Ma Silviolo non era tipo da demordere. Fece il giro dei letti e si rivolse ancora a Biancaneve col tono di voce un po’ più alto: “Mi consenta!!”. Niente.
“Oh perbacco, mi consenta, mi consenta, mi consenta!!!!!!!!!!!!!!!” – cominciò ad urlare esasperato Silviolo.
“Porca Vacca che c’è?” – gridò infastidita Biancaneve, senza offendere nessuno, manifestando con evidenza, quello stesso stato d’animo, che Silviolo si era tanto impegnato a non provocare.
“Mi consenta signorina – proseguì cautamente Silviolo, per non turbarla ulteriormente – lei è consapevole che è in casa nostra, ha usato i nostri sette lettini e si è lavata con la nostra acqua? Come potrebbe esserci utile?”
“Ah, è così che la mette – rispose indispettita Biancaneve - io sono qui stanca morta, chiaramente avvilita e voi invece di accogliermi come ospite con tutti gli onori del caso, mi sottolineate che questa è casa vostra, che sfrutto i vostri sette lettini e consumo la vostra acqua e che per questo dovrei esservi utile??? - e cominciò ad emettere uno stridio nervoso simile a un pianto tra l’isterico e il disperato, mentre con la coda dell’occhio cercava di cogliere le reazioni dei sette padroni di casa (piuttosto bassi a guardarli bene…).
“Ma no, no signorina – la interruppe Silviolo – mi ha frainteso. Ripeto: sono stato fra-in- te-so! Non ho detto questo. Intendevo che questa è casa sua, che i nostri sette lettini e la nostra acqua sono a sua disposizione. Ho detto: come possiamo ulteriormente esserle utile? Non si alteri. Anzi, è arrivata al momento opportuno. Stavamo proprio organizzando una festa. Vuole partecipare?”
Biancaneve, non potendo andare a rileggere l’affermazione di Silviolo, finse di aver frainteso per non polemizzare.
“Un party? Che bello!” – esclamò, esibendo finalmente un immenso sorriso, che scombussolò gli ormoni sonnolenti e indolenziti dei sette padroni di casa – certo che partecipo. Volentieri. Mentre voi cucinate io mi rassetto un pochino e vi raggiungo”.
“Non ci sono più le donne di una volta” – sentenziò contrariato Bersa-Nignolo, che fingeva indifferenza.
“Per fortuna…!” esclamò, sfregandosi le mani con un sorriso beato Silviolo, che per un attimo dimenticò il piacere che provava a contraddirlo ma gli veniva benissimo anche involontariamente.

CAP. 4. BIANCA CHE?

DALLA PADELLA ALLA BRACE

Rimasta sola nel bosco in piena notte, Biancaneve, rintronata, non voleva convincersi che quella brutta avventura stesse capitando proprio a lei. Fino a poche ore prima sentiva il mondo ai suoi piedi, la seguivano regolarmente sguardi incantati di ammirazione e reverenza, ovunque andasse. Non aveva bisogno di acquisire alcun merito per ottenere ciò che desiderava: gli uomini cascavano ai suoi piedi, tra l’incredulo e il voglioso e le donne provavano un senso di rassegnata inferiorità e soggezione. Nella maggior parte dei casi erano reazioni totalmente inconsce: spesso la pura bellezza divora la coscienza e la trasforma in demenza.
Ma la vista di Biancaneve faceva anche scattare un senso di paura. Le donne più orgogliose, reagivano al senso di frustrazione, dimostrandosi allegramente superiori ed indifferenti all’aspetto esteriore, disponibili e amiche, per risparmiarsi almeno l’offesa di venire additate dagli stessi uomini, come le classiche donnette isteriche, insicure e gelose. Alcune usavano la tattica dell’amicizia, ben sapendo che è meglio farsi amico un possibile nemico, che aveva armi ben convincenti per sedurre fidanzati e mariti di ogni età. Se ciò fosse accaduto, potevano almeno condannarla, per alto tradimento nei confronti del bene che le avevano dimostrato e quindi assicurarsi almeno la possibilità di sfogare finalmente la rabbia, l’inadeguatezza e il senso di frustrazione accumulati, esternando il lunghissimo repertorio di ingiurie, tenuto fino a quel momento segreto e ben sigillato, come i componenti di una bomba ad orologeria. Tutto questo però, con il benestare generale e applauso annesso da parte dell’opinione pubblica.
Biancaneve non era consapevole degli ingranaggi e dei meccanismi consci o inconsci, che il suo aspetto esteriore faceva scattare nella maggior parte degli esseri umani che incontrava. Bellezza non è per forza sinonimo di intelligenza. Era più facile crogiolarsi in quel meraviglioso senso di potere semi divino, che la fortuna aveva avuto cuore di concederle, dandolo per scontato e percependolo quasi come un merito, senza comunque mai ipotizzare che dovesse essere perfezionato, applicandosi a sentirsi una persona normale (com’era in fondo), così da poter far sentire a proprio agio anche gli altri.

In quel bosco, di notte, bagnata e infreddolita, Biancaneve era comunque ancora ben lontana da queste riflessioni. Le imprecazioni nei confronti della sua triste sorte, l’invidia della mini matrigna, la cattiveria della gente, si sprecavano. Il senso di sconforto e vittimismo, supportati dal pianto a dirotto, in qualche modo la distoglievano dal terrore che le procuravano i rumori notturni del bosco, i disorientanti fruscii, quasi come sospiri, che sembravano circondarla, la percezione di avere, come sempre, mille occhi addosso ma per niente amichevoli stavolta, che la scrutavano da dietro gli alberi, fra i rami in mezzo alle foglie.
In quel bosco comunque accadeva esattamente quello che accadeva ogni santa notte. Gli animali diurni dormivano e alcuni magari russavano chissà e quelli notturni vegliavano e si aggiravano per affari loro come sempre. Quel bosco era, fino a quel momento, il posto più sicuro in cui Biancaneve si fosse mai trovata in tutta la sua vita: se ne stra fregava di lei e la lasciava alle sue cose.
Questo almeno sarebbe accaduto se Biancaneve se ne fosse resa conto. Si trattò invece della notte peggiore di tutte le santissime notti trascorse in quel benedettissimo bosco, dai suoi abitanti, che vissero ore insonni a chiedersi da quale bestia fossero emessi quegli urli sconsiderati e quelle grida isteriche. Provenivano forse da una nuova specie di esseri viventi o magari da extraterrestri che, dato lo stridore insopportabile, non sembravano manifestare intenzioni amichevoli? Questa seconda ipotesi produsse un terrorizzato scompiglio. Gli uccelli, che potevano usare le ali e verificare di che si trattasse, senza farsi troppo notare, si misero alla ricerca di quegli esseri infernali, seguendone le strida, finché non si imbatterono in Biancaneve.
“Ma è una sola infernale creatura!” – constatò sorpresa la cornacchia.
“Già – ammise il corvo – sembrava un esercito, invece è una soltanto e sembra innocua. Avviciniamoci”.
Corvo e cornacchia si approssimarono a Biancaneve la quale, vedendo alla luce del sole quelle creature che in una notte oscura, percependone soltanto la presenza, l’avrebbero terrorizzata, convinta come d’abitudine, di averle ammaliate con la sua bellezza, in virtù del fatto che nel bosco non aveva specchi per verificare come si era ridotta nelle ultime 10 ore, cominciò ad esibirsi in un canto, felice di non essere più sola. Quell’inatteso senso di gioia la mise in fibrillazione ma i rimasugli del coca e rum, uniti allo stress accumulato nelle ultime ore, le impedirono di rendersi conto che quelli eran corvo e cornacchia e quindi apprezzavano un ben diverso tipo di musica e un ben diverso tipo di creatura vivente. Corvo le pisciò in testa, cornacchia si espresse con la pupù, sempre in testa.
“Andiamo và” – esclamarono in coro, osservando schifati l’orrida creatura e se ne volarono lontano, infastiditi.

Biancaneve rimase interdetta. Come era possibile che quelle creature del bosco fossero volate altrove? Impossibile. Probabilmente erano andate a chiamare altri amici, per renderli partecipi di quella meraviglia (lei appunto) ma lei non aveva tempo da perdere in ulteriori esibizioni, inutili al fine di uscire dall’impiccio in cui si trovava, suo primario pensiero.
Cammina che ti ricammina, Biancaneve stava cominciando a perdere la pazienza. Era stanca morta, con le vesciche ai piedi che l’avevano costretta a togliersi i 10 cm di tacco, uno dei quali si era rotto inciampando rovinosamente sopra uno spuntone di roccia. La rovina era originariamente riferita al suo ginocchio ma successivamente si estese, poiché la fanciulla, rialzandosi grossolanamente in preda all’isteria, aveva picchiato la testa contro il fusto di una quercia secolare, la cui corteccia fu orribilmente compromessa, sbucciata dalla sua fronte sbucciata e mentre con una mano si teneva il ginocchio e con l’altra la testa, perse l’equilibrio e cadde riversa a terra, con l’ex tenero volto sparato sopra una pozzanghera. Inevitabile il biiiiiiiiiiiip, biiiiiiiiiiiiiiip e ribiiiiiiiiiiiip e pianto accluso. Comprensibile in fondo.
Biancaneve stava per sputare l’ennesima imprecazione quando, alzando finalmente lo sguardo, vide miracolosamente una bellissima casetta ergersi a 50 metri da lei, su una radura del bosco. La fanciulla imprecò, perché per imprecare non si era resa conto due ore prima, che la stessa casetta era lì in quella radura: “Porca vacca, che stupida – ammise Biancaneve, imprecando giustamente un po’ anche verso se stessa – mi sono devastata il fisico e il fegato per due ore, quando questa cazzarola di casetta era qui” (imprecando ovviamente anche verso l’innocente casetta).
Trascinandosi zoppicando verso l’uscio, sostenendo le sue membra devastate con un ramo della quercia secolare impietosamente strappato dalla sua furia isterica, Biancaneve giunse estenuata alla meta e bussò. Toc toc…silenzio. Toc e ritoc…nessuna risposta…
Il ramo della quercia secolare, assunse il ruolo di sfonda porta e finalmente Biancaneve precipitò come un sacco di patate all’interno della casetta, caduta a terra contemporaneamente all’apertura dell’uscio, per il vigore esagerato del suo stesso colpo.
La giovane donna si rialzò immediatamente, come se nulla fosse ulteriormente accaduto a suo danno, non disse nulla, non imprecò, non chiamò nessuno. Totalmente in preda ad una muta ed estenuata esasperazione, come un automa cercò un bagno, fece plinplin, si lavò il viso, si riassettò i capelli e identificò come un radar la stanza da notte che conteneva sette piccoli lettini. Non si chiese perché sette, perché piccoli, di chi e per come. Provò immediatamente a stendersi su uno di questi ma le restavano a penzoloni le gambe, dal sedere in giù. “Porca Vacca” - protestò senza voler offendere nessuno dei presenti ma poi, non avendo più tempo, voglia e testa per pensare, si rialzò con difficoltà e si gettò a corpo morto sopra tutti i sette lettini affiancati l’uno all’altro (e le restava fuori ancora il 41 di piede).